Sono trascorsi sette mesi dal laboratorio che il Maestro Giorgio Albertazzi ha tenuto al Teatro “Francesco Cilea” di Reggio Calabria con nove attori – e tra questi c’ero anch’io – ma questa percezione temporale, oggi, ha subìto una manovra. Il Maestro è morto – me l’ha detto una mia amica, al telefono – e in questi casi si potrebbe dire “c’era da aspettarselo alla sua età” ma io non credo che una sola persona al mondo abbia avuto la superficialità di sprecare esclamazioni simili. Nonostante l’età il Maestro è rimasto in scena fino alla fine. Certo, il suo desiderio di morire alla Molière non è stato esaudito in pieno, ma di recente ha calcato il palcoscenico con le Memorie di Adriano.
Sembra stupido ma, oggi mi sento una persona fortunata. Si studiano molte cose a scuola e all’università, tanti personaggi storici, senza mai comprenderne fino in fondo il senso. Si tende a porre delle etichette su queste importanti figure, e io del Maestro sapevo le trasposizioni cinematografiche, la collaborazione con Peter Brook, e l’appellativo di Divo, ma non sapevo altro: non sapevo quello che di vero c’era da sapere. Mi sento fortunata per aver studiato da vicino la “filosofia di Giorgio Albertazzi”. In quattro giorni non si scopre il mondo – Cristoforo Colombo c’ha messo cento giorni per scoprire l’America – ma in quattro giorni impari a ricevere.
Sono molti gli attori che collezionano seminari e laboratori per fare curriculum – comprensibile! – ma io credo di non averne ancora compreso la logica. Se solo potessi, al posto delle date e delle esperienze, disegnerei delle emozioni con i colori della primavera, perché il teatro, per me, è sempre una rinascita.
Poi, succede sempre – per sbaglio o per caso – che fai le tue scelte senza neanche pensarci. Alcune scelte le stagioni una vita, altre le consumi in un attimo. Dentro quell’attimo, forse, si nasconde il futuro. Albertazzi-e-stagisti-1-1200x800Non mi sarei mai aspettata di ricevere esito positivo dalle selezioni per il laboratorio di Giorgio Albertazzi. Non è solo un modo di dire ma posso giurarvi che le migliori condizioni si creano sempre quando meno te l’aspetti. Quando meno te l’aspetti cominci a vivere, e quando non te l’aspetti torni a morire. Abbiamo parlato anche di questo durante il laboratorio, e credo che il Maestro credesse nella reincarnazione: la sua reincarnazione, oggi, si è celebrata nella Storia del Teatro.
Se fossi partita da questo concetto e se avessi tenuto conto del pezzo di Teatro che avevo davanti, non avrei smesso quell’espressione innamorata con i denti esposti come in una fiera. Mi sembrava brutto! Non avrei dovuto mostrare la mia emozione, non avrei dovuto farlo quando, raccolti in platea, sulle poltroncine rosse, ascoltavamo le parole del Maestro; quando ci raccontava di quel “dubbio mortale che ci tiene in vita”, di tutti quei mondi possibili contenuti nell’essere e nel non essere shakespeariano. Non ho il tempo di riassumere quei giorni, adesso. Il Maestro l’ha già fatto  racchiudendo in quattro giorni di laboratorio le lezioni più significative per un attore: aneddoti e storie entro cui riusciva a contenere la sua intera carriera artistica.

L’età è una scusa! Un’artista a 92 anni ha smesso di portarsi dietro la “valigia dell’attore”. Credo che il Maestro, ad un certo punto della sua vita, abbia cercato bene dentro la sua valigia, e abbia scelto di trasformare il superfluo in essenziale, portando con sé solo una cosa: le emozioni. Forse è questo il perno di tutto: la capacità di trasmettere qualcosa sul palcoscenico. Avevo già in mente di scrivere un articolo simile, in futuro, ma il momento è arrivato, adesso, in anticipo, con questa notizia che mi ha smosso sentimenti di coraggio.
Mi sono presa di coraggio, quando alla prima lezione sono salita sul palco per un’improvvisazione. Avrei dovuto intrattenere il pubblico e comunicare che lo spettacolo, purtroppo, era stato annullato. Salita sul palco, non ho pensato che sarei stata giudicata dal Maestro e che le nove persone in platea facevano parte di un laboratorio. Questa sospensione tra ciò che accadeva fuori e ciò che, invece, mi accadeva dentro era il tema indiretto della sua prima lezione. Non percepivo il rischio di sbagliare, perché con le emozioni non si può sbagliare. L’improvvisazione ha funzionato – è stato il Maestro a dirmelo – ed è stato lì che, ritornando in platea, mi sono presa di coraggio. La ricerca delle emozioni si è conclusa il quarto giorno, un sabato, con il Recital di Giorgio Albertazzi su Shakespeare. Sentirlo interpretare, con i suoi anni, a mente lucida e cuore forte, mi ha fatto confermare la potenza del teatro. La scena è una magia e lui era un vero prestigiattore. Se l’avessi letto sui libri non c’avrei creduto a tal punto.
L’umiltà di un attore sta proprio nell’ascolto. Quella sera, ha voluto ascoltarci uno per uno, davanti al pubblico. Non avrei proferito parola, avrei voluto parlar per ultima, e invece no: ha passato a me il microfono per prima. Mi ha chiesto di raccontare alle persone in platea la mia esperienza del laboratorio. Non sono brava a riassumere. C’ho provato. Con grande emozione ho parlato proprio dell’effetto che fanno le emozioni a teatro. Anche lui avrebbe voluto ripartire da lì: nei suoi progetti di aprire un nuovo teatro le emozioni sarebbero state le protagoniste.
HoAlbertazzi 2 riportato le parole del Maestro che sono piombate come un fulmine in un periodo esatto della mia vita, parole che faranno riflettere ai molti e discutere i pochi: «L’Insegnante insegna ciò che sa, il Maestro è colui che insegna quello che non sa e lo ricerca insieme agli altri».

Lo so che non potete fare a meno di notare la sua sciarpa viola e i calzini a scacchi, dopotutto le emozioni non sono mai di un colore solo. Variano, e col variare del tempo alcune emozioni sfioriscono, altre si colorano con tinte e fantasie impensabili. In quei quattro giorni di laboratorio, invece, ho scoperto i colori primari del teatro: le emozioni, le parole e l’umiltà. Le parole per Giorgio Albertazzi, però, hanno bisogno di un capitolo a parte, e forse di un’altra persona che meglio di me le saprebbe spiegare: Stefania Masala, attrice e musicologa, che lo ha accompagnato nel suo splendido viaggio, fino alla fine.

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Laureata in Comunicazione e specializzata in Istituzioni di Regia, intraprende gli studi di teatro dall’età di 14 anni. Partecipa a seminari e laboratori con i maestri Eugenio Barba sull’Odin Teatret e Giorgio Albertazzi su Shakespeare. Inizia a scrivere come critica teatrale per la rivista Rumor(s)cena. Nel 2016 prende parte al nuovo film di Fabio Mollo “Il Padre d’Italia”, insieme agli attori Isabella Ragonese, Luca Marinelli e Anna Ferruzzo. Nel 2017 supera le audizioni per l’Accademia di Doppiaggio di Christian Iansante e Roberto Pedicini a Milano. Partecipa al contest di doppiaggio per la Disney di Voice Anatomy su Radio24 condotto da Pino Insegno.

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