Il tempo fugge dentro quelle uniche ventiquattro ore concesse. Se riusciamo a riempirle di buoni propositi il gioco è fatto. Il più delle volte, però, nascondiamo i nostri progetti al sicuro, lontano dalla luce, dai rumori del quotidiano, dalle costanti richieste di sicurezza. Ci sono angoli di una casa che il sole non riscalda e ci sono angoli di una vita che il cuore non attraversa, come i salotti mai abitati di una casa: angoli di vita da mostrare con cura e dedizione, solo all’occorrenza. Bisogna scavarsi dentro per agire su noi stessi, ogni giorno. 

Scrivo di salotti non per introdurre una graziosa rubrica di fashion design o sull’arredo d’interni, ma perché abitare i luoghi che ci circondano significa anche abitare noi stessi. Come si può pretendere di conoscere se stessi senza scoprire il mondo lì fuori?
Questo deficit conoscitivo è fonte primaria delle principali paure legate alla sicurezza e alla decisione che abbiamo nelle scelte da compiere. Abbiamo paura che i raggi di sole ledano o brucino i nostri angoli, come brucia il legno. Nient’altro che paura del riscaldamento globale del nostro cuore. Viviamo, spesso, nel timore di provare delle emozioni o, addirittura, di riconoscerle negli altri, anche se siamo amanti del mostrare. Presentiamo agli altri quella parte di noi che non corrisponde all’essere ma all’essere diventati. Quasi sempre, diventiamo le qualità che scegliamo di avere, confondendo l’avere con l’essere. Altre volte questo avere ci è stato ereditato, riducendo il nostro essere nell’essere vangelicamente secondo gli altri.

L’arte dell’attore passa anche e soprattutto da questo minuzioso concetto. L’attore si serve di ciò che non ha; sfrutta il presente per restituire il passato e raccontare futuro.
Sulla fòvea del nostro occhio, dove le immagini sono più nitide, proiettiamo un presente che ci parla di storie passate. L’attore mostra queste storie senza averle mai agite; le vive per la prima volta.
Se costruiamo un parallelo degli abitanti teatrali con gli abitanti reali, di questa generazione, le principali paure dei personaggi reali derivano proprio da una convinzione incondizionata di stare vivendo dentro la propria storia. Questo significa mostrare senza abitarsi. I più recenti mezzi di comunicazione lo confermano: organizzazione cronologica e storiografica, identità temporale, relazioni gerarchiche, personaggi pubblici, gruppi d’interesse. Diventiamo, noi stessi, pagine di un libro elettronico incastonato all’interno di una prospettiva storica prima ancora dell’avvento dovuto della Storia. In questo modo, il tempo è racchiuso in un presente cristallizzato; una vetrina in allestimento; una tavola della memoria. La sua percezione è capovolta. Il tempo non corrisponde più alla durata del viaggio ma al punto di partenza del viaggio stesso: una data messa in archivio e segnata sul calendario. Il tempo di oggi è un tempo storico proprio perché organizzato nell’ottica del ricordo.

Il paradosso del ventunesimo secolo.
Questo parlare di storia ci smuove verso una proiezione solidificata del presente. L’idea di vivere l’attimo si restringe in un solo istante. Non parliamo più di momenti o di attimi così come era solito concepirli Orazio o Peter Weir nel celebre film di fine secolo scorso. Le emozioni del quotidiano prolungate nel piacevole ricordo del momento sono state rimpiazzate da istanti fissati nella storia. In questi istanti si nasconde la paura di non farcela e di non riuscire a divincolarsi dal ricordo – lungi dall’essere nostalgia. La percezione della vita è cambiata così come quella dei personaggi di un testo teatrale.

Questo tracciato esistenziale della società attuale è essenziale per comprendere la nascita e la maturazione dei personaggi teatrali del XXI secolo che non possono più essere personaggi goldoniani o cechoviani, in qaunto rispondono a bisogni e necessità distinte, sebbene la stesura drammaturgica resti antecedente alla messinscena e la messinscena da noi. Una buona rivisitazione dei testi classici e moderni presuppone personaggi differiti nella mente, nel corpo e nella voce.
Le battute dovrebbero essere come parole piene di paure ed esuberanze repentine. Personaggi schizofrenici – non legati alla schizofrenia postbellica ma neanche ai cliché vocalici di urla e nervosismi femminili o di voci acute e braccia in tensione per aria o relegate al ventre – non più interiorizzati ma esteriorizzati nel volto e nello sguardo: occhi inconsapevolmente colpevoli. Non si può neppure, in toto, parlare di anima in una società quasi totalmente anti-clericale e complottista. A tratti superbo, acerbo e arcigno è l’animo umano che vive nascosto, davanti ad una sofferenza non malefica ma condizionata da uno stato di crudeltà restituita – da Artaud forse – che risuona dal passato, cicatrizzata da blocchi, censure e ideologie ora infrante, ora spezzate, ora battute. Sono le battute dei personaggi teatrali della nostra epoca. Attori che urlano in altri modi e con alti toni solo in mondi altri. Incapaci di mantenere e perdurarne il grido, lo strozzano, in una corsa di resistenza non più con l’ugola ma con la vita. Parole smorzate dal fiato, reviviscenze lacrimanti, orgoglio perquisito prima di entrare in scena. Sequestro di armi, non più di persone.

Personaggi maschili e femminili che agiscono per stare fermi, inginocchiandosi per rialzarsi, uccidendosi per amarsi, spogliandosi per indossare gli abiti di qualcosa di diverso. Si rinnovano le emozioni. I personaggi del XXI secolo non possono stare a lungo fermi, distolgono lo sguardo dal pubblico, escono dalla scena mostrandosi, rivendicando la loro presenza con movimenti fragili e inconsueti. Parlano anche da terra, perché hanno capito che non abbiamo niente a che fare con il cielo. Non sapendo più fingere, gli occhi smontano l’attenzione da un punto all’altro della sala per decomporre anche solo una fetta di spettatori incollati a un passato troppo remoto: ieri. I punti fissi hanno perso il loro centro perché nel buio le prospettive modellano la forma della scena per trovare un punto d’incontro col mondo. Pacifisti e assassini, questi attori sono in cerca di pace, e intanto uccidono il passato.

Sulla scia di questi pensieri ho scelto la Lettura a cappello che potrebbe meglio mostrarsi in questo presente.

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Laureata in Comunicazione e specializzata in Istituzioni di Regia, intraprende gli studi di teatro dall’età di 14 anni. Partecipa a seminari e laboratori con i maestri Eugenio Barba sull’Odin Teatret e Giorgio Albertazzi su Shakespeare. Inizia a scrivere come critica teatrale per la rivista Rumor(s)cena. Nel 2016 prende parte al nuovo film di Fabio Mollo “Il Padre d’Italia”, insieme agli attori Isabella Ragonese, Luca Marinelli e Anna Ferruzzo. Nel 2017 supera le audizioni per l’Accademia di Doppiaggio di Christian Iansante e Roberto Pedicini a Milano. Partecipa al contest di doppiaggio per la Disney di Voice Anatomy su Radio24 condotto da Pino Insegno.

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