Alla ricerca della felicità? No, alla ricerca di un momento assoluto che seppur trafitto non recherà alcun male fisico. L’unico fisico di cui sto approfondendo la conoscenza ultimamente si chiama Galileo. Galielo Galilei. Mi servo di lui per apportare alcune modifiche ad un testo, e mi servo di voi per testarle. È sempre una questione di testa. Si tratta del mio primo lavoro ufficiale. Dire lavoro, oggi, vuol dire pane. E dire pane? Per me, dire lavoro vuol dire pane e pomodoro. Quando ho fatto conoscere il mio mondo d’idee ad alcune persone, queste mi hanno dato dell’utopica, ribadendo che per loro il lavoro è denaro e sopravvivenza, la crescita è solo fisica. La fisica, in questo, ha fatto passi da gigante anche nel Paese dei nani. Nessuno riesce, purtroppo, a concepire il lavoro come un punto di partenza ma solo come un punto di arrivo. Questo è il punto. Ed è per questo che preferirei definire il mio lavoro un testo, anche in virtù del fatto che è già stato testato. La prima messinscena è stata tutta una messa in scena. Il pubblico si è nascosto e noi (quattro attori) siamo stati costretti a fingere di metterci in scena, per loro. La scena, infatti, era l’auditorium di una biblioteca e l’unica cosa che faceva scena era un fondale legnoso di libri scientifici. Gli spettatori invece si sono stancati di aspettare e se ne sono andati perché dovevano lavorare, tant’è che non abbiamo neanche avuto il tempo di farci due chiacchiere. Oggi si ha paura di parlare pur senza astenersi dal giudizio. Questo è il bello del teatro, che non sai mai quello che succede. E la vita? La volta successiva, abbiamo ben pensato di allargare il tiro. Qualcuno si è spostato per tempo, gli altri: tutti stecchiti! È piaciuto. Devo dire che è piaciuto. Per loro è stato come un colpo di fulmine. Anche se abbiamo parlato di stelle, di pianeti, di costellazioni: i fulmini non li abbiamo neppure menzionati. Così, per la prossima volta, ho pensato di fare chiarezza sul testo e di aggiungere dell’altro, anche per via di quella storia che tendiamo a voler dare il meglio da noi. Era una battuta di Gesù. È diventata tanto virale che adesso lo dicono tutti. Oggi tutti vogliono dare il massimo, ma – come sempre – alla fine si lasceranno prendere dalla crisi dell’abbandono – lo terranno per sé.

Nel traffico, bisogna frenare per non scontrarsi. Ho la frizione consumata perché – lo confesso! – ho molta fretta ma non posso far altro che il bilancino oppure spegnere il motore e procedere con le scarpe. Preferisco stare in moto. Il fisico ne risente. È un tipo sensibile. Se non lo calcoli si offende, e così ogni tanto mi metto a contare i nei che ho dietro la schiena. No, non li compongo come stelle. Galileo non ha pensato troppo alle stelle quanto ai pianeti. Non è tutto oro quello che luccica – s’è detto – per dare un contributo scientifico degno di nota conviene concentrarsi su ciò che non brilla e la Terra non brilla certo per intelligenza. Neppure l’essere umano che vorrebbe sempre dare il massimo. Esiste una falla al discorso: voler dare il massimo implica la conoscenza dei propri limiti massimi. Anche limiti massimi è una contraddizione ma siamo limitati e limitanti gli uni dagli altri. Non possiamo farci nulla. Pure se volessimo – fare qualcosa – c’incaponiamo con l’idea del massimo. Come si può conoscere il proprio massimo se non si è mai toccata la soglia del minimo? Puoi conoscere Massimo, al massimo, il barista della stazione, che al solito ti prepara sempre il caffè macchiato, pur sapendo che il caffè macchiato di oggi non è mai migliore di quello di ieri, e non lo sarà rispetto a quello di domani. Ma te lo bevi lo stesso, insieme alla sua bella contraddizione.

Io, come te, da fuori sono diversa che da dentro. Eppure, ci si guarda sempre da fuori preoccupandosi di ciò che accade all’interno mentre stai lì fuori, con la gente che ti guarda dentro. Ci siamo costruiti un bell’apparato vitale geolocalizzato. Questo blocco che ci portiamo fuori – e non dentro – è una macchina emotivamente instabile i cui ingranaggi non ci appartengono. Non siamo fatti della stessa sostanza dei sogni ma della stessa sostanza delle persone con cui entriamo in relazione. Siamo funzioni e funzionali. Siamo costruzioni sociali. Non siamo ciò che mangiamo ma quello che ci siamo sempre mangiati e che abbiamo imparato a digerire. Eppure tutto resta lì, nelle pareti del nostro cuore e conviene tirarlo fuori, questo tutto, prima che ci soffochi.

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Laureata in Comunicazione e specializzata in Istituzioni di Regia, intraprende gli studi di teatro dall’età di 14 anni. Partecipa a seminari e laboratori con i maestri Eugenio Barba sull’Odin Teatret e Giorgio Albertazzi su Shakespeare. Inizia a scrivere come critica teatrale per la rivista Rumor(s)cena. Nel 2016 prende parte al nuovo film di Fabio Mollo “Il Padre d’Italia”, insieme agli attori Isabella Ragonese, Luca Marinelli e Anna Ferruzzo. Nel 2017 supera le audizioni per l’Accademia di Doppiaggio di Christian Iansante e Roberto Pedicini a Milano. Partecipa al contest di doppiaggio per la Disney di Voice Anatomy su Radio24 condotto da Pino Insegno.

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