Sproloqui

In sol’azione

Ho sempre amato la trasparenza, quella delle parole, un po’ meno quella degli abiti. Dentro i discorsi infiniti si nasconde un mondo sconfinato di significati altri che c’intrappolano nella loro tela semantica fino a spogliarci. Adesso sì che siamo trasparenti come meduse. Diamo morsi ai bagnanti perché calpestano i nostri confini, lasciando loro un segno evidente e pungente come punizione per esserci lanciati andare, senza preavviso.
In sol’azione, in movimento, mi lancio dalla scogliera più alta, le braccia in avanti le gambe all’indietro e il cuore per terra. Raggiungo l’acqua che non faccio in tempo ad allungare gli arti. Questo in arte lo chiamano attacco. L’attacco di un passo per la danza come l’attacco di una battuta per l’attore, o anche l’attacco di diarrea per chi sta poco bene di stomaco. Sono istinti improvvisi che non ti lasciano il tempo di agire; ti travolgono, ti dipingono dentro un quadro senza che tu te ne accorga: di colpo, diventi il soggetto di una scena teatrale senza sapere il perché. Le meduse sono lì che aspettano, in silenzio, con discrezione, pronte a dare il morso finale per questa brusca entrata in acqua. Sai di doverti lanciare, prima o poi, da uno scoglio o dalla spiaggia, sai di doverlo fare, per poterti liberare da te.
Mi prendo e mi porto via, via da questa spiaggia affollata, via da queste rocce viscide, via dall’ombra, via dal sole, via dall’afa asfissiante dei pensieri che restano lì, sempre in ordine, sempre a posto, sempre puntuali.
Il segno evidente di quel morso potrà presto sparire, e restituire alla pelle il suo pelo, la sua carne liscia e bianca, il suo movimento e infine il suo andare. Non smetterò di pensare a questa medusa, neppure un istante. Il dolore riverbera nei giorni a seguire. Cosciente che andrà via quel graffio tampono la ferita e stanca di dispiegare quel flebile e acuto bruciore andrò via, ancora una volta, cambierò soggetto, ma questa volta sarò io l’artista che si fermerà a guardare le altrui sconfitte.

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