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L’eco di Pirandello nel nuovo spettacolo di Gabriele Lavia
Pubblicato su Rumor(s)cena il 3 marzo 2017.

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Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. I1 sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. I1 gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua… a queste noje… a tante stupide illusioni… insulse occupazioni…

Pirandello, La morte addosso

 

MILANO – Lo spettacolo di Gabriele Lavia “L’uomo dal fiore in bocca… e non solo” è andato in scena al Teatro Franco Parenti di Milano. Un’imponente scenografia, realizzata dal Laboratorio del Teatro della Pergola, ricrea l’interno della sala d’aspetto di una stazione ferroviaria. Un lungo sedile in pietra occupa la scena e alle due estremità sono affissi i tabelloni degli arrivi, a sinistra, e delle partenze, a destra. L’Uomo dal fiore in bocca è seduto dalla parte degli arrivi per poi finire sul lato delle partenze a fine rappresentazione. Un uomo cui il tempo ha smesso di battere, come l’orologio in alto, centrale, di fronte ad un’enorme vetrata da cui fa capolino una figura di donna, una marmorea e inespressiva Barbara Alesse. Una sagoma opaca che smuove i pensieri dell’Uomo che per proteggerla da se stesso, la manda via. «Bedda cu fici a tia fu n’assassinu» è una canzone siciliana popolare che ritorna spesso dipingendo il personaggio dell’Uomo se non come un pazzo, quantomeno come un soggetto nostalgico e pieno di manie. L’interpretazione di Gabriele Lavia nei panni dell’Uomo dal fiore in bocca restituisce al personaggio pirandelliano quel sapore acerbo, carico di vita e di morte, per un destino beffardo che riflette forze e debolezze. Sono forti le sue affermazioni profonde che partono da un bisogno, «ho bisogno di attaccarmi alla vita degli altri», per svincolarsi con l’osservazione dettagliata delle abitudini del mondo e, infine, ribellarsi dalle prospettive cui lo costringono la moglie e la vita.

Nella Sicilia del Novecento, i treni passano ogni due ore. Un rumore altissimo raggiunge la platea. Anche le pareti in mattoni della Sala Grande del Teatro Franco Parenti sembrano far parte della scenografia e immergono lo spettatore fin sotto la pioggia battente che irrompe la quiete dell’Uomo dal fiore in bocca. Il treno riparte e lascia indietro l’Uomo Pacifico, nella divertente caratterizzazione di Michele Demaria, insieme ai regali da consegnare alla moglie e alle figlie, costretto ora ad aspettare il prossimo treno. È in questa interminabile attesa che i due uomini si conoscono e affrontano discorsi sull’esistenza, sulla donna e sulla morte. L’incontro di queste due vite, apparentemente in attesa per lo stesso motivo – l’arrivo del treno – danno vita a riflessioni dai tratti ora tragici ora comici. Da Schopenhauer al paradosso «perché devo nascere se poi devo morire?», fino alla metafisica per parlare dell’infinitezza umana e della somiglianza del desiderio della donna con quello dell’uomo per arrivare poi, in un giro di battute ironiche e divertenti, al tema della «vita che cangia» e diventa morte. Lo spettacolo raggiunge il suo apice interpretativo nelle parole dell’Uomo dal fiore in bocca: «Se la morte fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso e all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: “Scusi, permette? lei, egregio signore, c’ha la morte addosso” e con due dita protese, la piglia e la butta via… Sarebbe magnifica!». Finalmente l’Uomo dà un nome a quel fiore che ha sulla bocca, lo chiama “epitelioma” e lo presenta all’Uomo Pacifico.

Il temporale è passato. L’atmosfera cambia e finalmente, dopo due tentativi vani, l’Uomo Pacifico riesce a prendere il treno per raggiungere le sue donne, mentre l’Uomo dal fiore in bocca siede dalla parte delle partenze, raggiunge anche lui la sua donna, l’abbraccia e la molla.

Questo spettacolo così come la vita è un continuo rincorrersi, entrare e uscire dalla scena. I tre personaggi non fanno altro che correre e scappare in preda a una qualche paura. Ma le paure sono filtri del nostro cervello, la vita va avanti fuori da noi, incondizionatamente, fuori dai nostri pensieri.

 

L’uomo dal fiore in bocca… e non solo

di Luigi Pirandello
adattamento Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia, Michele Demaria, Barbara Alesse
regia di Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera
costumi Elena Bianchini
musiche Giordano Corapi
luci Michelangelo Vitullo
Produzione Fondazione Teatro della Toscana

Visto al Teatro Franco Parenti di Milano il 19 febbraio 2017.

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Laureata in Comunicazione e specializzata in Istituzioni di Regia, intraprende gli studi di teatro dall’età di 14 anni. Partecipa a seminari e laboratori con i maestri Eugenio Barba sull’Odin Teatret e Giorgio Albertazzi su Shakespeare. Inizia a scrivere come critica teatrale per la rivista Rumor(s)cena. Nel 2016 prende parte al nuovo film di Fabio Mollo “Il Padre d’Italia”, insieme agli attori Isabella Ragonese, Luca Marinelli e Anna Ferruzzo. Nel 2017 supera le audizioni per l’Accademia di Doppiaggio di Christian Iansante e Roberto Pedicini a Milano. Partecipa al contest di doppiaggio per la Disney di Voice Anatomy su Radio24 condotto da Pino Insegno.

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