Le persone ch’io credetti di sommo intelletto scoprì ch’aveano una lesione intra al core che sopprimea lor il moto di tanta gaiezza, espletando bramosa invidia e mesta paura. Capii in sì tempo ch’intelligentia non ha ch’el core pulito.

Flavia Da Reggio

Così ebbe inizio la mia comprensione del genere umano, empio di paure e di grande ipocrisia. Lo compresi presto nei sotterranei più profondi del globo ch’era celato qualcosa di tenebroso e indicibile, dietro quelle pareti d’un grigio scuro così vicino alla morte. Una paura scialba e indegna che costringea i passeggeri di quella metro a stringersi forte ai tubi di metallo vicino ai sedili; quasi mai alle maniglie che pendeano fin sopra le proprie teste. Sembrava esserci qualcosa di ancora più profondo al di sotto delle vesti ch’avevano indosso, ben oltre questo luogo più vicino agli inferi che alla vita: la vita da topo che stavo vivendo mi stava stretta e volevo capire perché.

Capitolo 1

A pochi giorni dal mio arrivo nella grande metropoli lontana dal mare  e circumnavigabile per strada e per lago, avvertii un grande senso di vuotezza ch’erroneamente scambiai per ordine. Gli sguardi bassi e i piedi in volo, sgattaiolanti come rettili al primo fischio di freni sulle rotaie, affondavano rapidi il capo sotto terra nella folla fin dentro le porte spalancate del treno. Odore acre d’una stazione di transito inebriata dal profumo di croissant e brioche calde esattamente ai tornelli ove forse le pareti intonacate di vecchiume e polvere, avrebbero un tempo, al buio, lasciato passare qualche topo di fogna o ben altra cosa. Quello, ora è il punto di snodo per i passeggeri che vanno da una parte all’altra della città, evitando il traffico di motori, pedoni e dei propri corpi riflessi sulle vetrine dei negozi, ora intravisti appena oltre i finestrini crostati di lercio e pensieri stretti, di automi asettici che sognano ferie, seppur d’un solo giorno, l’occasione buona per fuggire.
Se solo bastasse il tempo, quella consuetudine astratta tra la superficie d’una fogna e quella in cui ci siamo noi, esser’in transito. In questo eterno movimento metafisico tra la mia vita e la tua, che se solo provassimo a sommarla, scontrandoci, non sarebbe sufficiente ad ascoltarla, entro quei minuti minutamente piccoli che a rischio di perdere la prossima fermata insieme al tempo stimato, crollerebbe lo schema meticolosamente imbastito, con vana urgenza di comprensione.
In un solo secondo siamo tutti dentro: stretti, stranieri, diversi. Io non ti conosco ma vorrei sapere di più sulla tua fermata ch’è un po’ tutta la tua storia. Invece corri, non ti curi degli altri, li scruti, li osservi sentendoti migliore, con ancora qualche dettaglio comunque in disordine. Il mondo aveva preso una piega diversa: si stava piegato in due dalle risate in uno schema così impossibile. Fermarsi e tirare il fiato era come far sì che gl’eventi avversi divenissero di colpo amici. Era come prendere in giro il mondo, dargli carica e farlo ruotare, solo, verso gl’abissi.

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Laureata in Comunicazione e specializzata in Istituzioni di Regia, intraprende gli studi di teatro dall’età di 14 anni. Partecipa a seminari e laboratori con i maestri Eugenio Barba sull’Odin Teatret e Giorgio Albertazzi su Shakespeare. Inizia a scrivere come critica teatrale per la rivista Rumor(s)cena. Nel 2016 prende parte al nuovo film di Fabio Mollo “Il Padre d’Italia”, insieme agli attori Isabella Ragonese, Luca Marinelli e Anna Ferruzzo. Nel 2017 supera le audizioni per l’Accademia di Doppiaggio di Christian Iansante e Roberto Pedicini a Milano. Partecipa al contest di doppiaggio per la Disney di Voice Anatomy su Radio24 condotto da Pino Insegno.

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