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Buongiorno” alle otto del mattino, con voce acuta e dall’aroma orribile di caffè che adesso raggiunge le mie narici sottoforma di fiato. “Ecco il modulo da compilare“. Qualcuno inserisce gettoni nella macchinetta del caffè e attende, come si attendono i referti al reparto analisi, l’erogazione della bevanda. Una voce rauca e lenta interrompe il processo di sinapsi del mio cervello con altrettante comunicazioni utili e indispensabili per l’inizio di questo nuovo lavoro. Tanto si sa’ che le notazioni più importanti arriveranno senza preavviso da parte di nessun addetto ai lavori. “Da oggi fai parte del nostro team“. A volte, a proposito di questo uso spropositato di anglicismi posti a caso in una frase solo per dar l’aria di inedito che quello di muffa ormai non funziona più (vedi: classe operaia), vorrei chiedere a bruciapelo “sai almeno cosa vuol dire team?” ma congelo spesso le parole in una coltre di fumo che mi rende un po’ meno intelligente ogni volta.
Sono le otto e undici minuti – perché alle otto e dodici starò già facendo altro, e alle otto e sedici altro ancora e così via: è così che funziona il tempo da queste parti – e mentre sfilo lungo il corridoio dell’ufficio come una calamita inizio ad attirare a me i nuovi colleghi. Sarà per questo motivo che li chiamano “colleghi”, mi sono chiesta, e ancora continuavo a pensare che se il lavoro consistesse in questo, come accade nei videogiochi, aumenterebbe l’autostima di tutti: ma siamo semplici poli positivi e negativi a cui nessuno è attratto. “È la tua prima esperienza?” no. “Ti trovavi già qui?” si. “Hai cominciato oggi?” si. “Ti piace?” se dovessi ovviare a tutte le domande di circostanza e trattenere la fibrillazione percepita in un ambiente composto dalle stesse persone che da un momento all’altro vede inserirsene un’altra, diversa, migliore, peggiore, chissà, chi è, potrei anche tornare alla macchinetta del caffè e attendere, sul serio i risultati della mia tac al cervello; ma il tempo è veramente scansionato in minuti così minuscoli e così stretti che sono già le nove e devo cominciare.

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Laureata in Comunicazione e specializzata in Istituzioni di Regia, intraprende gli studi di teatro dall’età di 14 anni. Partecipa a seminari e laboratori con i maestri Eugenio Barba sull’Odin Teatret e Giorgio Albertazzi su Shakespeare. Inizia a scrivere come critica teatrale per la rivista Rumor(s)cena. Nel 2016 prende parte al nuovo film di Fabio Mollo “Il Padre d’Italia”, insieme agli attori Isabella Ragonese, Luca Marinelli e Anna Ferruzzo. Nel 2017 supera le audizioni per l’Accademia di Doppiaggio di Christian Iansante e Roberto Pedicini a Milano. Partecipa al contest di doppiaggio per la Disney di Voice Anatomy su Radio24 condotto da Pino Insegno.

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